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TAPPA 8 - LA TRASLAZIONE DELLE OSSA - DA AVELLA A MONTEVERGINE

Aggiornamento: 22 mag 2025


In questa tappa inizia la grande ascesa ai Monti del Partenio, i Monti della Vergine che custodiscono sterminati pianori verdi ed antichi monasteri. Dalla valle del Clanio saliremo prima alla Piana di Summonte e poi a quella di Campo Maggiore, attraversando gli antichi sentieri dei pastori e dei carbonai che si stanziavano qui fino al secolo scorso durante i mesi primaverili, costituendo veri e propri alpeggi in quota. 

In questi luoghi la storia narra che si rifugiò Virgilio Mago alla ricerca di un orto dove coltivare erbe officinali e perfezionare le ricette per i suoi incantesimi di magia bianca. Inseguiremo le sue orme alla ricerca delle leggende e dei canti della tradizione della Campania così come descritto nel famoso libro di Roberto De Simone, estasiati dalla magia dei prati fioriti, dei fitti boschi e dagli scorci sul Golfo di Napoli.

Questi luoghi sono legati alla traslazione delle ossa di San Gennaro dal monastero benedettino di Montevergine a Napoli avvenuta nel maggio del 1497. Una data memorabile e cara ai napoletani che per 666 anni non ebbero più notizia delle reliquie del loro Santo Patrono, trafugate nell'831 da Sicone, principe di Benevento. Le vicende della traslazione ebbero per protagonisti il re di Napoli Ferrante I, la Santa Sede e il Cardinale Oliviero Carafa, il quale non solo mediò tra Napoli e Roma, ma fece costruire a sue spese una magnifica cappella nel Duomo di Napoli per accogliervi degnamente le ossa di San Gennaro.

La tappa termina al Santuario di Montevergine. Qui ogni anno si celebra la "juta" (ossia il pellegrinaggio) da Mamma Schiavona. La leggenda ha origini arcaiche di un rito più antico del cristianesimo. La juta è termine che sta a indicare il pellegrinaggio che, ogni 2 febbraio, la devozione dei femminielli – ossia degli omosessuali secondo la tradizione napoletana – continuano a tributare a Mamma Schiavona, alla Madonna nera del monte Partenio.

La tradizione, almeno ufficialmente, affonda le sue radici nella seconda metà del tredicesimo secolo, precisamente al 1256. La leggenda racconta che due giovani, scoperti in un amplesso omosessuale, furono banditi dal loro paese e lasciati a morire di fame e di freddo nei boschi, legati a un albero. Ma la Madonna ebbe pietà di loro e li salvò dalla condanna. Un miracolo che, ogni anno, viene ricordato e onorato al suono di tammorre e nacchere, con canti licenziosi, motti salaci e vesti coloratissime.

In fondo il culto alla Madonna di Montevergine risale ancora più in là nella storia, fino alla notte dei tempi quando sui monti irpini si onorava la dea della fertilità Cibele. I suoi sacerdoti, rigorosamente eunuchi, la onoravano con danze ossessive al ritmo sfrenato di tamburi. Con l’avvento del cristianesimo, il santuario fu consacrato a Maria. È una madonna nera, stupenda in tutte le sue imperfezioni, seducente e maestosa. E che nei secoli ha esteso il suo manto protettivo sugli ultimi, sui deboli, sui poveri, sugli emarginati. Anche per questo è detta Mamma Schiavona, la madre dal cuore grandissimo che fa grazie e perdona tutto ai suoi devoti che, per onorarla, scalano la montagna fino a raggiungere il suo santuario.




 
 
 

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